La Grecia nel Cuore
di Maurizio Nocera
Il Paese nuovo, Lecce, 12.luglio 2009
Un viaggio quello di Cesare Padovani. Un viaggio fatto a volte con un'automobile normale, altre volte fatto su un incredibile triciclo: un Sulky. Un mezzo mobile «a tre ruote, senza portiere e la cappotta di tela dipinta a gabbiani, una grossa borsa piegata dietro, una tanica, una macchina da scrivere portatile, un libro, un bastone» (p. 41). E con questo incredibile mezzo che Padovani diviene anche lui mitico viaggiatore alla «ricerca curiosa e stupita [delle sue] radici, tranquilli [lui e sua moglie] come se il [loro] vivere si fosse fermato lì», in Grecia.
Su «il Paese nuovo» (giovedì 25 giugno
2009)
leggo un
intervento (“La poetica del non-equilibrio
“,
p. 7) del poeta
parabitano Luciano Provenzano, che dà notizia della venuta in Salento dello
scrittore Cesare Padovani per presentare (26 dello stesso mese) il suo
ultimo libro “Paflasmós. Il battito del mare Egeo. Viaggio nell’anima
della Grecia
“
(Reggio Emilia, Edizioni
Diabasis 2008, pp. 284, euro 12). A dialogare con
l’autore nell’Auditorium “Sigismondo Castromediano” saranno «quattro nomi
della cultura salentina: Marilena Cataldini, poetessa, Silvano Palamà,
ricercatore della Grecia Salentina, Federica Rega, giornalista, Gino
Santoro, docente di Storia del teatro, che saranno coordinati dal filosofo
Giovanni Invitto».
Aggiunge poi che il libro
è
una rapsodia di luoghi della grecità, scritto da
un autore la cui condizione fisica è di notevole difficoltà (Cesare è seduto
su una sedia a rotelle) che, per Provenzano però,
è
proprio questa
condizione che costituisce l’elemento fondante il pensiero divergente di
Padovani, per il quale l’ordine precostituito e associato all’equilibrio,
nella sua costruzione filosofica, si converte in disordine e viceversa.
Tanto basta per convincermi di andare ad ascoltare questa presentazione. E
però non vado solo per questo perché, a sorreggere l’invito, c’è il mio
grande amore per la Grecia, la culla della radice del pensierosi ciò che noi
chiamiamo Occidente, il cui punto focale è appunto quell’angolo di pianeta.
Pa-flas-mós
E della Grecia, dei suoi miti, dei suoi dèi
e dei suoi umani (di ieri e di oggi), di ciò che era e di ciò che è,e di
tanto altro ancora scrive Cesare Padovani in questo suo incantevole “Paflasmós”,
che per l’autore significa quel particolare sciabordio del mare che
«accompagna il lettore tra odori, rumori, visioni e anfratti di sapienza
della Grecia meno conosciuta, per scorgene il tragico vigore antico, ma
anche il pigro dormiveglia delle attese. “Paflasmós rinvia all’“andimámalo,
parola magica nella lingua greca moderna, per raffigurare l’andirivieni
dolce delle onde che si spengono sulla battigia e subito tornano verso il
mare». “Paflasmós”
è
ancora questo, che traggo da un dialogo di
Padovani con la moglie Giovanna, che gli chiede cosa significa questa
parola. Risponde: «Prova a ripeterlo, scandendo le tre sillabe senza però
staccarle: Pa-flas-mós”. Quale immagine ti suscita? / “Pa-flas-smòs”? Non
saprei, forse il “pa” e il “flas” riproducono il rumore dell’acqua che si
riversa sulla riva... / Appunto, quell’onda leggera e sottile che spegne i
suoi bisillabi sulla battigia e sulle fiancate delle barche...» (p.74)
Con questa breve spiegazione
del significato della parola “Paflasmós”, comincio a scoprire lo spessore di
questo straordinario scrittore, che allo stesso tempo è filosofo, poeta,
narratore, glottologo, artista della parola, che scolpisce il suo pensiero
sulla pagina attraverso un linguaggio nuovo ma allo stesso tempo antico
quanto antiche sano le parole degli umani.
“Paflasmós
“ è un libro che si
legge tutto d’un fiato e che ti giunge inatteso sul corpo come zefiro
crepuscolare la cui origine sta nelle sorgenti di un sapere generoso e
coinvolgente, proprio così com’è l’affiato poetico di Padovani, che dal suo
volto di cerbiatto curioso, ti accorgi della tensione con cui va alla
ricerca dei perché socratici ma anche degli assiomi imperturbabili
parmenidei. ‘Paflasmós” è una storia che sembra avere un non inizio e
neanche una prevedibile fine. E un libro che a qualsiasi pagina tu lo apri,
ti offre subito un grande respiro di un sapere umano ampio e affascinante,
incuneato nelle viscere profonde di quell’ancestro dove risiedono le radici
della nostra cultura millenaria, la cultura della grecità, che per noi
salentini è anche magnogrecità.
Essenzialmente sono questi i motivi che mi hanno spinto ad aprire ‘Paflasmós”,
a leggerlo con una certa avidità. Qualche problema però mi è sorto nel
momento in cui ho cominciato a leggere le sue pagine con la finalità di
recensirle, perché esse sono tutte dense di significati filosofici e
poetici. C’è tanta rapsodia in “Paflasmós”, e bellezza letteraria, incanto
superlativo. La voglia allora non è quella di scrivere una recensione, ma di
fare tutt’intera la riscrittura del testo. Ma questo non si lo può fare,
perché uno deve essere e deve rimanere l’autore, Cesare Padovani, il quale
dice di avere scritto i XII capitoli di ‘Paflasmós” quasi fossero le dodici
fatiche di Ercole due delle quali gli si sono presentate come quasi
impossibili.
Come Ercole
Scrive: «Così [come Ercole] io pure mi sono trovato a lottare con il mio
“Leone”: contro tutte quelle forze che ostacolano il cammino della mia
scrittura, e che tentano di rovinare il raccolto: la “stanchezza, la mia
stessa età, le discontinuità dello stile, le mie paure....”
[...] Ho ripulito le
“Stalle “della mia scrittura che, abbandonata da mesi, e a volte per anni,
stava imputridendo nella retorica: sono stato aiutato, nello scovare gli
anfratti più nascosti e ammuffiti, da fiumane di sguardi scrupolosi di chi
ancora mi ama. “Pulisci qui, equi, togli là, riprendi, taglia, riapri,
rivedi...”» (pp. 167-168).
E poco oltre, raccontando la sua scrittura come un viaggio, ricorda: «Da
solo o insieme a Giovanna [la moglie], ho ripercorso in lungo e in largo il
continente greco e le isole, ho ascoltato i linguaggi della Magna Grecia,
accompagnando la mandria dei miei “Buoi” fino ai pascoli più remoti perché
tutto quello che andavo arando si contaminasse e prendesse 1’ “humus” di
altri miti, dì altre leggende, di nuovi dialetti incontrati». Un viaggio,
dunque, quello di Cesare Padovani, un viaggio fatto a volte con una
automobile normale, altre volte fatto su di. un incredibile triciclo, che
Padovani si è fatto costruire e col quale scopriamo che ha attraversato
praticamente tutta la Grecia, a volte con infinita gioia, altre con dolce “nostalghìa”,
infine con dolorosa malinconia per quel dolore “non-ritorno” che c’è sempre
in ogni “taxidi” (viaggio). Interessante questo suo Sulky, che ce lo
descrive come un mezzo mobile «a tre ruote, senza portiere e la capotta di
tela dipinta a gabbiani, una grossa borsa piegata dietro, una tanica, una
macchina da scrivere portatile, un libro, un bastone»
(p. 41). E con questo
incredibile mezzo che Padovani diviene anche lui mitico viaggiatore alla
«ricerca curiosa e stupita [delle sue]
radici, tranquilli [lui e la moglie] come se il [loro]
vivere si fosse fermato lì», in Grecia (p. 41).
Si chiede quanti sono gli altri mitici viaggiatori greci che sin da bambino
lo hanno
affascinato,
pur sapendo che spesso non di un loro “kalò
taxìdi” (buon viaggio) si è trattato, ma di viaggi accompagnati dal dolore
malinconico del non ritorno, come accadde a «Giasone partendo dal Pilon con
gli Argonauti alla volta della Kòlkide
[...]
e ad Agamennone
staccando gli ormeggi dall’Eubea alla volta di Troia
[. .
.e a] Odysséo
[alla ricerca di Itaca]»
(p.
9).
Verso dove?
E ora, quali le sue mete? Egli conosce la
Grecia, la sua millenaria storia. Per più di trent’anni l’ha percorsa in
lungo e in largo, nell’entroterra e sulle isole. Eppure non è mai riuscito
ad essere convinto di averla conosciuta per davvero fino in fondo. Ecco
allora che il suo viaggio diviene una sorta di “Odissea” alla ricerca del
Mito, «che si costruisce durante il viaggio stesso, che è il racconto mitico
di un viaggiatore senza itinerario sicuro ma che coincide con il proprio
modo di esistere. E dunque questo
—
egli si dice
—
il mio mito o il
mio viaggio o anche la metafora del percorso dei miei anni vissuti?»
(p.
22). Andare
dunque verso quale meta? Quale incontro? Sicuramente verso il ricordo del
non ritorno, che l’autore sente come spessore dell’anima, come incrocio di
sentimenti di bellezza e di nostalgica “Melanconia
“
(Aristotele) per quello che ha nella mente e
per quello che poi i suoi occhi verificano
nella realtà concreta. Ecco allora che il suo viaggio si dirige verso luoghi
che il Mito ha fatto divenire archetipi ancestrali. Attraversando con la
nave la baia di Vathì, davanti al porto di Itaca, Padovani non può non
sfuggire al Mito che maggiormente lo avvince: quello di Ulisse. Scrive di
osservare «grossi uccelli annoiati [che] protestavano al [suo] lentissimo
passare [della nave], come fossero interrotti nel loro rito di raduno che si
ripete da più di trenta secoli, dal regno di Laerte. Da qui Ulisse parti, e
qui ritornò dopo vent’anni. Qui Ulisse era atteso» (p. 43). Ma lui, Cesare
Padovani, è forse atteso da qualcuno? Oppure è lui che attende qualcun
altro?
Un fatto è certo alla sua mente: anche lui si sente come i mitici
viaggiatori greci e, come «erede [delle mitiche] “nostalgìe”, pone orecchio
a tutte le sensazioni, abbandonando le epiche imprese, per accingersi ad un
viaggio come un cammino tra i sentieri dell’animo greco» (p. 10). Ed ora,
per lui, andare alla ricerca del Mito Greco, è come scrivere una, no, anzi
due lettere che raccontano il suo viaggio: una lettera alla moglie Giovanna
e l’altra ad un caro amico —Antonio - che di casa sta a Nàfplio, nel
Peloponneso.
Il Mito
Tante sono le vicende che l’autore incontra sul suo percorso come anima che
sente vivo il Mito del non ritorno che, attraversando ancora l’Italia, il
Gargano, alla volta di Bari, il suo porto, la nave che lo trasporterà a
Patrasso, constata che «la Grecia è già qui: ci sta schiudendo le porte,
traboccante di aromi e di miti» (p. 27).
Le porte del Mito si sono spalancate, ed è in quel momento che egli “sente”
nella carne e vede in trasparenza la dimora degli dèi sul Parnaso, e vede
Dodòna arcaica col suo santuario delle Grandi Madri mediterranee che «hanno
dato le loro forti impronte a queste civiltà”» (p.
50).
E vede ancora Itaca, «isola stracolma di
simboli» (p. 62), e Delphi, il Mantèion, le Meteore, Capo Sounion.
Leros, l’isola dei poeti
Il suo primo e vero approdo è a Leros, l’isola dei poeti e delle olive
dell’ex tassista Petràs. Padovani scrive il perché proprio questa isola, e
lo fa con una risposta della moglie a una sua domanda: ((“Perché Leros è la
pantofola che cerchiamo da tempo” [...] La infili e ti adagi in quell’incredibile
“issichìa”
[...
quella] specie di tranquillità che riesce a
sprofondarti in quella sua natura, fatta di sole, di mare, di passeggiate, e
fatta di silenzi, di aromi e di chiacchiericci da villaggio sul far della
sera» (p. 34).
Mytilene, un’isola tutta al femminile
Poi ci sono tappe intermedie, dovute a guasti al suo Sulky oppure a
deviazioni del cammino della vita. La sua seconda tappa è certamente
“Mytilene, un’isola tutta al femminile”, una sorta di «foglia di platano che
galleggia sull’Egeo» (verso del poeta Odysseo Elitys), dove «un tempo rotolò
la testa di Orfeo» che tuttavia continuò «a cantare risvegliando passioni
amorose». «Anche adesso scrive Padovani
—
è possibile udire
in particolari sere d’estate gli arpeggi dell’aria
tra le fronde degli alberi e una voce dolcissima come quella di chi cerca
per sempre il suo Bene» (p.
53).
Ed è qui,
nell’antica Mytilene che egli va alla ricerca e trova il Museo “Teriàde”
(l’artista greco sperimentalista amico di Picasso, Matisse, Chagail, Prevert)
che da tempo voleva vedere. Però, «di solito il museo dà tristezza, perché
raccoglie resoconti sottovetro, perché non sa raccontare; ma in questo caso,
invece, diventa un felice “punto di partenza” per introdursi nei segreti
dell’isola. Se Mytilene rimane nascosta, non si fa scoprire facilmente,
occorre scovarla attraverso questo deposito di segni, cominciando da quell’avventura
e la scoperta, come una Grande Femmina che ti a1- braccia costantemente con
le rientranze delle baie, con le fessure sensuali delle gole tra monte e
monte, anche seni e natiche di una figura che non si “vede eppure si
avverte, l’Isola assopisce, fa perdere le tracce della sua natura» (pp.
56-57). E ancora se «Samos è l’isola
della filosofia
e
della matematica, Mytilene è l’isola della musica
e della lirica, ma è anche l’isola della “prudenza”, della “sophrosìne
“:
di quel cauto procedere che segna un
particolare tipo d’intelligenza, quella che recupera ogni elemento offerto,
anche il più spontaneo, in vista di un progetto» (p.
58).
Dopo avere intascato «dei sassi bianchissimi
raccolti sulla spiaggia di Eréssos, villaggio dove Saffo nacque» (p.
59),
Padovani e la moglie Giovanna lasciano
Mytilene salutati dai dolci versi della divina Sacerdotessa: «Siete venuti,
bene avete fatto:/ io vi aspettavo./ Mi avete rinfrescata l’anima / che
bruciava d’amore» (p. 60).
A Kos, l’isola del vento
Raggiungere l’isola Kos, per Padovani non è più un problema. Complice anche
la copertina del libro di Ilya Prigogine
—
“Fine delle certezze -
sulla quale egli osserva «nuvole in un
brano di cielo che vengono imbrigliate da reti geometriche» (p. 61). Per
l’autore, ma anche per tutti noi, Kos è l’isola del vento (il “Meltemi”
«forte e incessante vento del Nord», è la mitica terra di Ippocrate e della
medicina (qui regna il suo dio, Asclèpio), ma, per Padovani, è anche
«l’isola degli umori e delle incertezze» (3. 62). Strano no? L’autore scrive
di incertezze e si porta dietro quel libro di Prigogine, il cui titolo è
l’esatto contrario. Interessante è poi la sua riflessione a proposito di Kos,
il cui nome è abbastanza curioso: «a pronunciarlo
—
scrive
—
sembra un colpo di tosse, Kos, proprio questo
luogo mitico dove ebbe origine la scienza della salute
[...]
Kos assomiglia più d’ogni altro luogo all’animo
umano, e questo “panorama” mutevole e “ventoso”, certo non lo riconosceresti
in nessun tipo di cartolina» (p. 62). A Kos, Padovani è interessato a
rivedere i resti archeologici della spettacolare Clinica dello storico
medico Ippocrate, del V secolo a. C., non dimenticando di dire che da quel
tempo in poi qualsiasi medico, per essere ritenuto tale, è tenuto al famoso
“Giuramento“,
da lui formulato, assieme al concetto del
“segreto professionale”, nel 430 a. C. Scrive: «Attraverso profumi di bosco,
ciuffi di erbe aromatiche e officinali, tracce di fonti termali d cui ancora
escono fili d’acqua, attraverso scale d’accesso a ciò che resta di antiche
piscine, a corridoi, stoe, piazzole, alla conca del teatro, abbiamo
raggiunto il punto più alto del complesso. Qui ancora rimangono le basi del
colonnato del tempio di Apollo, dove gli antichi potevano dialogare col loro
dio e affidarsi alla sua misericordia, quando ogni cura rimaneva inefficace.
In questo modo ho sentito battere il cuore di Ippocrate: terapeuticamente o
amorevolmente, non so più quale sia e se ci sia la differenza. E, qui, il
vento da millenni la fa da padrone di casa, ci si affida a lui come a chi si
prende cura della salute. Il vento, come volesse sferzare arbusti, piante,
animali, esseri umani, forme e pensieri che si ergono implacabili nelle
rispettive testarde certezze della propria salute» (p. 64).
Chio, l’isola di Omero e di Fiottete
Dopo Saffo (Mytilene), Ippocrate (Kos), per Padovani non
poteva succedere che Chio, l’isola che tutti noi,
e lui per primo, immaginiamo essere quella di Omero o degli Omeri. «Non so
-scrive- chi possa essere stato, ma me lo immagino, questo vagabondo
Cantautore dalla memoria formidabile. Senz’altro, durante il suo
peregrinare, deve aver raccolto a piene mani gli umori e i gusti e i modi di
dire di quelle molte genti che andava conoscendo, nei suoi soggiorni.
viaggiando dall’Anatolia al Mare Jonio. “Seléne “o “Selèna “o “Selànna “che
dicesse, era sempre la Luna a cui si riferiva, e tutti lo capivano. Cieco,
forse malinconico, spaesato come lo sono i poeti che non trovano
riconoscimento dove sono nati, ma di certo felice di esistere, carico di
quella “felicità” particolare che la curiosità riesce a darti, me lo
immagino, anche nella sua difficoltà d’inventare ogni volta una storia
adatta a “quel posto
“,
e di tenerla a
mente, poi, nella tappa successiva. Non esistendo ancora l’alfabeto deve
aver adottato strategie geniali per i suoi “promemoria“: con molta
probabilità erano protesi offerte dalle forme naturali che andava toccando,
oppure offerte dal suono di una parola che ne richiamava un’altra, oppure
ancora dalle cadenze ritmiche del verso epico che, dopo un certo piede, ne
faceva succedere un altro nella cui scansione entrava solo “quel
“
bisillabo, o “quel
“polisillabo.
[...]
la maggiore virtù di Omero era quella con cui più
che altri sapeva entrare tutt’intero nello
spirito del personaggio che andava cantando. Parlava, innanzitutto, per
bocca di Odysséo ma sapeva essere anche Ettore, era Acheo tra i Greci ma era
anche Troiano tra i lutti della famiglia di Priamo, nel presagio di
Cassandra o nel dolore di Andròmaca»
(pp.
69-70).
Fondamentalmente Padovani si reca a Chio
per Omero, per questo scrive: «vi siamo ritornati, in quest’isola, stavolta
soltanto per riposare, per ritrovarci, per restare con noi, in “bonaccia
“»
(p. 71) che in
greco si dice «galìni » che così è «quando il mare
è talmente piatto». A Chio, l’autore s’incanta davanti ai sassolini di varie
forme che la moglie gli raccoglie sulle spiagge. Il divertimento consiste
nel dare delle forme alle pietre che per Giovanna diventano una sorta di
catalogo indecifrato, un sillabario da decifrare. Pietruzze-alfabeto quindi,
pietre semplicemente rotonde come bottoncini. Padovani scrive che a Chio ha
rintracciato la «pietra ben levigata» sulla quale «compare, sbiadito, il
nome OMERO, e si racconta che da qui, da questo pulpito monolitico, il poeta
cantasse ed educasse» (p. 81). Semplicemente straordinario: è chiaro che
forse tutto ciò è solo una leggenda, ma il fatto che un animo sensibile come
quello di Cesare Padovani l’abbia rilevato fa sì che noi sentiamo questa
storia come un qualcosa che ci emoziona e ci fa felici.
Chio è pure l’isola del mito di Filottete, figlio di Peante, che partì con
gli Achei per combattere a Troia, ma fu abbandonato sull’isola di Lemno a
causa del fetore che emanava da una ferita al piede. Si narra che furono
Ulisse e Neottolemo a riprenderlo e condurlo ad Ilio sulla base di quanto
aveva previsto l’oracolo, e cioè che mai sarebbe caduta la città se non
fossero state scagliate le frecce di Eracle, possedute appunto da Filottete.
Padovani si serve di questo mito per narrare l’avventura di un brutto
naufragio accaduto a lui e alla moglie assieme ad altri greci mentre
navigano appunto verso l’isola.
A Lemmo e poi, Atene
Il viaggio li porta dunque a Lemno, là dove
il mito voleva esserci la dimora di Hefèsto, con la sua officina
attrezzata per forgiare le armi agli eroi e alle divinità greche, dove,
attraverso una ricerca etimologica, Padovani individua forse il luogo (“Lùchna”,
“Photià”, “Phanaràki”) dove crede di individuare «la probabile zona in cui
avrebbero sostato imbarcazioni greche alla volta di Troia, e sia rimasto qui
il mitico arciere tessalo Filottete, abbandonato dai compagni perché
“puzzava” in modo insopportabile» (p. 89).
Il soggiorno ad Atene diviene per l’autore l’occasione per ripensare la
filosofia (Parmenide, Holderlin, Calvino e, soprattutto, il filosofo
Heidegger, il quale «non ha scritto nessuna guida turistica, ma ha messo
[lui] “in cammino verso il linguaggo
“
autenticamente greco, mostrando[gli] la chiave di
certe “voci” che hanno [avuto] il potere di far[gli] dire quell “ah, ora
capisco!” che esclama Àgave quando nelle “Baccanti “riconosce il figlio o
Edipo quando riconosce la madre, oppure Penelope quando finalmente convinta
abbraccia il suo Odysséo» (p. 33).
E qui, in Atene, cominciano le sue prime amare riflessioni: Scrive: «Da
alcuni decenni, Atene, giorno dopo giorno è sempre più una città invisibile
[...] Atene non è più l’Atene degli anni Sessanta e Settanta: di lei è
rimasta l’Akropoli strangolata da strade e rumori [...]Soprattutto alla
Plaka mi piaceva qua e là sostare, curioso [...] Ora Atene è chiassosa,
agitata, e tutta questa tranquilla esplorazione non sarebbe più possibile»
(pp. 114-116). Padovani se la prende con una certa idea di turismo, tanto da
indurlo a scrivere: «Stiamo perdendo la Grecia, stiamo dimenticando la sua
grecità»
(p.
138). Il suo
viaggio-racconto volge ormai al termine.
Dove la Luna vaga
sul mare
Ritorna a Nàfplio, espressamente «per
goder[s]i ancora dal suo porto lo spettacolo della luna vagare su questo
ampio golfo dell’Argolide a cui s’affacciano, e vi guardano da poco lontano,
le Acropoli dei maggiori miti del Peloponneso: quella di Larissa che
sovrasta Argo, quella di Tirino, di Midèa, e, dalla parte opposta a dove mi
trovo, quella di Lema dove Hèracles furente ancora è
là che
sta uccidendo l’Ydra» (pp. l4-149). Quindi
Epidauro e il suo mitico teatro, fino a spingersi poi nella «mitica regione
di Lerna, in questa oasi di verde e di zampilli d’acqua che sgorga
spontanea, [dove anche qui] è arrivato lo zoccolo più distruttivo del
progresso. Costeggiando l’intero golfo di Argos, da Nafplio si raggiungeva
in mezz’ora Myli, dov’era la fonte Animòni. Quell’acqua stava a gorgogliare
da alcuni millenni la sua storia amorosa. Bastava ascoltarla quand’era
ancora una vergine Ninfa [...] Addio Amimòni.
/
Chi può aver progettato questo stupro, chi ha
voluto tutta questa violenza?» (p. 16 1-162).
La cattura del “pensiero”
Per Cesare Padovani il colpevole è
«
questo nuovo modello di “tèchné “ [che]
ha preso la parola, si è imposto
come un nuovo Dio, catturando in sé il pensiero. Da qui, da questa
espropriazione dell’umano dall’uomo, prende inizio il moderno senso della
“téchno-loghia
“»
(p. 164). A questo punto, il ritorno verso Itaca
(che poi sarebbe il ritorno verso qualsiasi luogo delle origini) diviene per
l’autore un viaggio di malinconia disperante: «Andarsene da qualcosa che si
ama è provare “nostalgia” ancor prima del momento del distacco. Come
la vita, un viaggio del genere non può non mantenere in sé quel residuo
malinconico del “dolore del non-ritorno”»(p. 167).
In tutto il viaggio-racconto, il nume ispiratore
dell’opera
di Cesare Padovani è Pier Paolo Pasolini,
che gli scrisse alcune lettere negli anni 1953-65, alcuni frammenti
delle quali sono messi a mo’di introduzione:
«.
.
.Stiamo percorrendo la stessa strada
—
scrive Pasolini—
[.
. .]
continua a lavorare con lena e con fiducia, come
hai fatto finora
[...]
Ricorda che non avrai più tanto desiderio di
sapere e di amare come in questi anni e devi selvaggiamente approfittare,
leggere e imparare come un pazzo...
[...] Ti
ho
lasciato ragazzo, e ti ritrovo giovane uomo, con tutta la ricchezza della
gioventù».
Cesare Padovani ha dedicato il libro «a Maria Giovanna / amorosa complice /
lungo comuni sentieri», un libro che ha un «Ritmo / intenso e dolce / come
lo sciacquìo/ del mare Egeo / in cui l’autore ha posto / e rinnova le sue
radici / Paflasmós viene stampato/ nel carattere Simoncini Garamond/ su
carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni / dalla tipografia SAGI di Reggio
Emilia / per conto di Diabasis / nel settembre / dell’anno / duemila /otto»
(dal colophon).