Di altri viaggi, di altri miti, di altri mari.
Sentieri extra-vaganti partendo da Paflasmós
di Giovanni Invitto
L’editore. Il volume di Cesare Padovani, Paflasmós (Diabasis, Reggio Emilia 2008, pp. 160), mi ha sollecitato parecchie associazioni mentali (involontarie e automatiche?). Anzitutto mi ha riproposto il mio rapporto con Sandro Scansani, editore, intellettuale di trincea – disarmata – che ho conosciuto nei primi anni Ottanta in gruppi cattolici border-line. Nel 1983 organizzò a Reggio Emilia un convegno su Simone Weil, una donna filosofa, politica, amica di Trockij, poi convertita dall’ebraismo al cattolicesimo, senza battezzarsi (forse lo fece in punto di morte) per non sconfessare il proprio popolo in periodo di persecuzioni. Fu pacifista della prim’ora, sulla falsariga del suo professore di filosofia Alain, cioè Emile Chartier e lei, pacifista, chiese di andare in prima linea contro i tedeschi: naturalmente era una provocazione. Muore di anoressia, come tante mistiche, a Londra, dopo aver scritto L’enracinement, tradotto in italiano con La prima radice. I doveri dell’uomo verso l’uomo. Le era stato chiesto dal capo di governo francese un volume sui diritti dell’uomo, da utilizzare, a livello mondiale, alla fine della guerra. Lei scrisse, invece, un libro sui doveri verso l’uomo.
Sandro Scansani fu uno dei primi a promuovere un convegno italiano sulla Weil e a pubblicarne gli atti. Io, grazie a lui, c’ero. Non è un caso se, trent’anni prima, era stato un altro imprenditore-editore italiano come Adriano Olivetti a pubblicare, nelle sue “Edizioni di Comunità”, le opere della francese. Scansani-Olivetti: si dovrebbe riflettere di più su questo binomio e sulle loro convergenze culturali.
L’autore. Cesare Padovani vive a Rimini. Si è laureato in lettere e filosofia a Bologna, è stato docente di lettere; ha tenuto un incarico all'Università di Urbino; è stato collaboratore dell'Università di Padova. Ha pubblicato parecchie opere, con editori centro-settentrionali. Perché parlare di lui nel Salento? Sia chiaro: lungi da me un protezionismo culturale. Voglio solo dire che, al di là delle amicizie – prima tra tutte quella di Luciano Provenzano - e della stima che Padovani si è conquistato anche qui, c’è una inconsapevole convergenza tra Paflasmós e il Salento.
Debbo anche riconoscere che questo romanzo è un libro “filosofico”, in quanto, ma questo riguarda una convinzione non solo mia, anche la filosofia è una forma di narrazione. Quando a Sartre chiesero perché si fosse impegnato in filosofia, rispose: perché è una forma di scrittura. Ogni libro vive della dialettica lettura/scrittura. Ha detto cose molto belle e pertinenti Federica Rega, quando ha parlato del “gusto”, quasi fisico e sensibile del leggere e il suo prolungarlo: quasi un trattenere in bocca a lungo un’albicocca per farne sciogliere lentamente la polpa aromatica.
Della scrittura in genere parla anche Padovani, quando riflette fino a giungere alla videoscrittura. E lui, che pur ha problemi pratici, vuole scrivere con la penna. Debbo dire che interpreto l’eccessivo nel romanzo del corsivo come imitazione tipografica della “scrittura di penna”. Parlavo prima del fatto che il tema del raccontare e del narrare è divenuto oramai di casa nella elaborazione filosofica, anche la più organica alla tradizione teoretica. Sarebbe lungo citare tutti i pensatori che hanno imbastito discorsi sui confini tra filosofia e racconto, tra riflessione e narrazione, tra speculazione e scrittura. Basti citare tutto ciò che si è prodotto nell’ambito dell’ermeneutica ed, esemplarmente, ricordare Temps et récit di Paul Ricoeur. Anch’io, si parva licet componere magnis, ho più volte affrontato il senso e le differenze tra la “scrittura” filosofica narrante e la narrazione esistenziale, nelle sue varie forme colte e meno colte, dalla “confessione” come genere letterario (Maria Zambrano), al romanzo (Merleau-Ponty), alla leggenda, alla narrazione cinematografica di cui parla in maniera radicale Umberto Curi. Questi ha dato, in Italia, una spinta forte verso la valorizzazione della filosofia come narrazione, sia intesa come mythos, sia concepita come opera cinematografica. Bontà sua, ha detto che in Italia curano questa dimensione soprattutto lui, Sergio Givone e chi scrive qui. Ma oramai l’endiadi filosofia-cinema è ampiamente accolta.
Tornando alla narrazione, scrisse Alessandro Baricco nel suo romanzo breve Novecento: “Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno ho raccontato se non a te”. Ma narrare può avere anche una funzione più feriale e quotidiana che è nel rapporto di riconoscimento e di autoriconoscimento e che, quindi, ha una forte valenza etica. Anche su questi temi ha detto cose importanti l’intervento di Gino Santoro.
Romanzo filosofico e Grecia. Ho affermato prima che Paflasmós è uno scritto filosofico. L’intero romanzo pare confermare questa ipotesi: è pieno di citazioni di pensatori della classicità greca, ma anche il pensiero moderno vi è utilizzato, anzi costituisce quasi una trama sottintesa del libro. Vengono ricordati i Sentieri interrotti di Martin Heidegger, gli Holzwege, che non hanno sbocco e si perdono al centro del bosco, non “portano” in nessun luogo. Metafora dell’esistenza?
Grecia/Grecìa, Kalimera (p. 37). Come non ricordare che Pasolini, citato in premessa e nel corso del romanzo, poco prima di essere trucidato, venne nella Grecìa salentina e parlò, credo proprio a Calimera, della omologazione del linguaggio a causa della tv. Grecia e Grecìa sono sostanziate di miti. I riferimenti li abbiamo avuti anche nell’intervento di Silvano Palamà. Tra il mito e la leggenda è una differenza di non poco conto. Il termine “leggenda” è all’inizio della nostra storia nel secolo XIII, quando le Legenda sanctorum imponevano (legenda, appunto, sta ad indicare cose che “debbono” esser lette) la conoscenza della vita dei santi e delle loro gesta, ma già nel Quattrocento il termine leggenda è usato anche nel senso di fandonia e bugia. Quindi il nucleo storico originario, “il fatto”, distingue la leggenda dal mito che, al contrario, nasce da archetipi mentali e culturali.
Anche la cultura salentina, non solo quella grecanica, si basa sui miti. Pensiamo ad Aracne, il ragno, la taranta; ma anche a leggende come quelle che ruotano intorno al nostro San Giuseppe di Copertino, a cui Carmelo Bene dedicò A boccaperta. Colui che è “a boccaperta” è, nel vernacolo salentino, simbolo di stupidità. Ma stupidità viene da stupore: torniamo alla Legenda sanctorum.
Romanzo sul viaggio e sul mito. Paflasmós è il romanzo di un viaggio, è un romanzo sul viaggio. C’è una lunga tradizione della letteratura di viaggio, soprattutto nel Sei e Settecento. Padovani cerca l’anima della Grecia, come leggiamo nel sottotitolo. Ma cerca la propria anima: chi viaggia cerca la propria anima. Cosa cerca Ulisse? Cerca se stesso. Ulisse è il mito cosmico. Ma il mito è anche simbolo, come afferma Padovani.
Aggiungerei che il mito è simbolo ma è anche utopia, cioè nessun luogo, o eutopia, luogo bello e buono. Salento è un’utopia costruita sui miti greci. Come e perché? Aracne abitava a Colofone, nella Lidia, regione di origine cretese. Suo padre, secondo alcuni filoni del mito, si chiamerebbe Idomeneo e lavorava come tintore. La ragazza era abilissima nel tessere, tanto che la gente diceva che avesse imparato da Pallade Atena, mentre lei affermava il contrario, ovvero che la dea avesse imparato da lei. Ne era tanto sicura che sfidò la dea a gareggiare. La fine la conosciamo: Atene fece diventare Aracne un ragno. Idomeneo, il cui nome ricorre anche nel romanzo di cui stiamo discorrendo, sarebbe stato re di Creta. Idomeneo risulterebbe, infine, tra i mitici fondatori di Lecce.
In Les aventures de Télémaque, romanzo del 1699 di Fénelon, la Salente, collocata geograficamente nella regione salentina, diviene la città utopica, al punto che Robespierre, potrà dirà, a proposito della sua rivoluzione: “Nous voulons fonder Salente”. Per progettarla, Telemaco discute con Idomeneo, ancora lui, che allora regnava su quella terra. Ha scritto al proposito Chevallier, uno dei maggiori storici delle dottrine politiche: “Ebbene, in mancanza di questo paese caro agli dei, dove tutti i beni sono in comune, dove tutti gli uomini sono liberi ed eguali, dove tutti si amano con ‘amore fraterno’, che non conosce turbamenti e incrinature, dove mai fanno sentire la loro voce ‘crudele e pestifera’ la frode, la violenza, i processi, le guerre... ebbene, in mancanza di una tale Betica di sogno, l'autore del Télémaque propone come esempio il Salento: il Salento del re Idomeneo, consigliato da un Mentore che è Minerva, il quale Mentore gli fa emanare regolamenti imperativi e minuziosi di ogni specie; lo induce a castigare il lusso e a frenare le arti od occupazioni inutili; lo spinge a rimettere in auge l'agricoltura e, da ultimo, a ricondurre tutti ad ‘una semplicità nobile e frugale’”.
Nel romanzo di Fénelon, proprio parlando di Salento, si reintroduce il mito di Aracne. Telemaco ha tra le armi uno scudo, e sono doni preziosi della “saggia Minerva”, cioè Atena, che gli si era presentata sotto le false spoglie di Mentore, fingendo di averle ricevute da un “eccellente operaio di Salento”, ma che erano state fatte da Vulcano. Nello scudo compare la stessa Minerva che “con viso sdegnoso e irritato, confondeva con l’eccellenza delle sue opere la folle temerarietà di Aracne, che aveva osato disputare con lei per la perfezione delle tessiture. Si vedeva quella sventurata, di cui tutte le membra estenuate si sfiguravano e si cambiavano in ragno”. Conviene ricordare che mentre Minerva aveva ricamato nel suo arazzo la gloria degli dei, Aracne aveva riprodotto in immagini tutti gli stupri compiuti dagli dei che si erano trasformati in animali per ingannare le donne di cui si erano invaghiti. Aracne fu trasformata in ragno da una dea… In fine dei conti, Marilena Cataldini, quando nel suo intervento ha contestato alla mitologia classica uno schiacciamento del ruolo femminile, non aveva tutti i torti.
La donna. Padovani parla dell’ironia. Ma ironia e/è donna. Marisa Forcina, nel suo volume Ironia e saperi femminili (Angeli, Roma, 2 ed.), ricorda l’episodio di Sara. Costei, novantenne, ride in faccia a Javeh quando annunzia, a lei e al più vecchio Abramo, la nascita di un figlio. Per questo Isacco vuol dire risata. Il ruolo delle donne è sempre un ruolo di disincanto. È anche il ruolo della Grande Madre, di cui si parla nel romanzo. Forse la Grande Madre è la Grecia?
Non sottovaluterei, in Plafasmós, il ruolo di Giovanna. Lei non è solo la compagna, nella vita e nel romanzo, dell’autore, ma è la sponda umana e intellettuale, l’interrogante e l’interrogata. La donna, soggetto inevitabilmente centrale nella storia dell’umanità, è stata sempre subordinata e utilizzata. Nel romanzo, Padovani accenna anche ad Arianna che è personaggio in filosofia oggi ben noto e di moda, anche perché il pensiero femminile, o “della differenza”, parla molto di Arianna (vedi Il filo-sofare di Arianna). Ma Arianna è abbandonata da Teseo che lei stessa aveva salvato. Perché il pensiero femminile ha scelto Arianna come simbolo? Lei, nella mitologia e nel lessico greci, è la “purissima”, la “santissima”, è la Dea-Luna a cui si dedicano bambole-Arianna appese agli alberi. Il filo di Arianna aveva salvato Teseo dal labirinto. Eppure Arianna, secondo il mito prevalente, si impicca perché è abbandonata dallo stesso Teseo, non si sa se per la nuova amante o a causa dei venti. Brutta metafora per il femminile. Altre versioni del mito dicono che Arianna, durante il parto, fu uccisa con i dardi da Artemide (la romana Diana), dopo essere stata accusata da Dioniso di aver profanato, insieme a Teseo, la grotta. Un’ulteriore variante: Arianna si impiccò per paura di Artemide (a Roma era chiamata Diana). Era, insomma, una lotta tra divinità femminili.
Ma una ulteriore versione del mito ci rinfranca. I venti portano via Teseo. Le donne di Amatone, luogo in cui Arianna aveva voluto sostare, la consolano leggendole lettere che loro fingevano essere state scritte da Teseo. Ma Arianna morì di parto. È una metafora più accettabile per la solidarietà che si tesse attraverso scritture e letture femminili: è la lettura di donne a una donna per proteggere la sua vita.
Gioco, infanzia, mito. Rimaniamo ai miti, elemento strutturale dell’importante ultimo, per ora, romanzo di Cesare Padovani. Il tempo mitico (non mitologico) e il gioco in Eraclito coincidono. Il ruolo simbolico del bambino è totale: “L’evo è un bambino che gioca, spostando qua e là i pezzi del gioco: un regno di bambino”. Nietzsche riprende il tema del gioco, del fanciullo e della ripetizione ciclica in Così parlò Zarathustra: “Il fanciullo è innocenza e oblio, un ricominciare sempre di nuovo, una ruota che gira su se stessa, un primo movimento, un santo dir-di-sì”.
Torniamo ancora alla narrazione del romanzo di Padovani. Leggiamo, alla fine, la filastrocca di Lissàvi, una bionda bambina che gioca sempre con il mare sulla riva e che desidera, con tutta se stessa, raggiungere un giorno Itaca: “Lissàvi gioca e sogna, e giocherà a lungo con i suoi sogni tenendosi tutto dentro finché non sarà donna, finché pure lei sarà madre e porterà i figli su queste rive dell’esistenza, i quali, pure loro, avranno dei sogni e forse avvertiranno il paflasmós del mare, senza nemmeno farci più caso” (p. 178).
Noi, il nostro puer aeternus, non ricominciamo, non ripetiamo ciclicamente nell’esistenza sempre lo stesso viaggio? Verso la stessa Itaca, per conoscere l’“anima”?